Lavoro precario e pensioni, Giorgio Alleva (Presidente ISTAT) sottolinea i punti critici

Pensione di vecchiaia a 67 anni nel 2019. Il presidente dell’Istat in audizione alla Camera inizio luglio, ha messo il dito nella piaga del lavoro atipico.

Giorgio Alleva, Presidente dell’Istat, in audizione in Commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati,  ha messo in evidenza i punti critici del lavoro atipico e delle frammentazioni delle carriere nelle giovani generazioni.

“Nonostante la ripresa dell’occupazione in atto, le condizioni del mercato del lavoro rappresentano un elemento di criticità per le storie contributive delle nuove generazioni, caratterizzate spesso da carriere lavorative discontinue e di bassa qualità e da un ingresso sul mercato del lavoro differito rispetto a quanto sperimentato dalle precedenti generazioni”, ha spiegato Alleva durante l’audizione.

“Nel nostro Paese, oltre i tre quarti delle forze lavoro della fascia di età 15-34 sono costituiti da giovani che hanno almeno 25 anni e, avendo ormai in gran parte completato gli studi, si affacciano sul mercato del lavoro.

Il basso tasso di occupazione dei 25-34enni (60,3% nella media del 2016), costituisce una grande debolezza per il presente e il futuro di queste generazioni che rischiano di non avere una storia contributiva adeguata. Ciò si rifletterà su importi pensionistici proporzionalmente più bassi rispetto a carriere lavorative regolari, cioè con salari adeguati e continuità nel versamento dei contributi. È opportuno ricordare che al sistema contributivo non si applica la disciplina dell’integrazione al minimo, istituto presente nel sistema retributivo; nel contributivo come prestazione a carattere assistenziale è previsto, nel rispetto di determinati requisiti, l’assegno sociale. 

Lo scarso impiego di queste fasce di età indica, poi, una grave situazione di sottoutilizzo di un segmento di popolazione ad elevato impatto potenziale sullo sviluppo economico del Paese: il livello medio di istruzione di questa coorte di ‘prima entrata’ è, infatti, decisamente più elevato rispetto all’analoga coorte ‘prossima’ all’uscita dei 55-64enni (l’incidenza dei laureati è del 25,6% tra i primi contro il 12,4% tra i secondi, quella dei diplomati è pari al 48% contro il 36% circa).

Il recupero di questo capitale umano qualificato ma inutilizzato costituirebbe uno stimolo alla dinamica della produttività del lavoro, che presenta oggi una debole evoluzioneinsufficiente a sostenere una adeguata crescita futura del reddito pro-capite.

Dal 2021 l’età per la vecchiaia salirebbe a 67 anni e 3 mesi mentre per i successivi aggiornamenti, a partire da quello nel 2023, si prevede un incremento di due mesi ogni volta. Con la conseguenza che l’età pensionabile salirebbe a 68 anni e 1 mese dal 2031, a 68 anni e 11 mesi dal 2041 e a 69 anni e 9 mesi dal 2051″. Ora, “per quanto attiene l’adeguamento dei requisiti di accesso al pensionamento» negli anni precedenti due aggiornamenti sono stati già forniti. Il prossimo aggiornamento, ha precisato, “entrerà in vigore dal primo gennaio 2019 e sarà costruito sul triennio 2013-2016”.

Guardando alle decisioni riproduttive, secondo il presidente dell’Istat, sarebbe opportuno favorire l’ingresso e la permanenza dei giovani nel mercato del lavoro, incrementando, ad esempio, le risorse disponibili per le politiche attive e la formazione dei lavoratori, favorendo la diffusione di servizi per l’assistenza e agevolando la piena partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

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